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26.04.05

Se Mi Vedesse

Cosa direbbe mio marito se mi vedesse conciata in questo modo, che mi rifaccio il trucco a quest’ora quando le altre colleghe riabbracciano i figli o fanno la spesa. Da qualche buco del suo cervello troverebbe la forza per giustificarmi di nuovo, per scusarmi che in fondo sono la sua donna, la sua dolce moglie che ogni sera, cascasse il mondo, gli prepara la cena e gli tiene compagnia.
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Ma io non posso naufragare nel suo maledetto destino che lo ha reso maschio solo all’apparenza, uomo, per così dire, che medici, dottori e la sottoscritta cercano ancora di dargli coraggio, sapendo benissimo che l’unica medicina sarebbe rassegnarsi alla sorte che, vuoi o non vuoi, l’ha fatto comunque campare. Non cerco pretesti, non li cerco davvero! Perché forse sarebbe stato lo stesso, perché anche con un marito accanto, in piena efficienza, che ti cerca nel letto come toro da monta, avrei fatto lo stesso, mi sarei vestita come ora mi appaio davanti a questo specchio nel bagno dell’ufficio. Se solo mio marito sapesse quanto la stessa sua sorte m’ha reso ridicola, comica agli occhi di qualsiasi buonsenso, che ogni sera m’imbarazza quando mi rifletto allo specchio, e mi domanda ossessivo quale ragione mi spruzza fiumi di lacca sopra questi capelli o mi guida la mano che affonda il rossetto. Sono quasi le cinque di pomeriggio ed oramai non è rimasto nessuno! Tutti di corsa hanno preso la via di casa e la donna delle pulizie ha chiuso la porta lucidando l’ultimo pomello. Ed io sono qui sola, a conciarmi esattamente come qualcuno, tra poco, mi vedrà entrare nella sua stanza, come le sue voglie, scritte sopra questo biglietto, mi obbligano ad essere bella. E come un cuoco che dosa ingredienti ed esperienza, seguo diligente queste istruzioni che stasera mi vogliono senza pretese dalla cinta alle scarpe, ma che naufragano di gusto e maniera con questo seno in bella evidenza che nudo traballa senza il minimo tatto. Mi guardo ancora, di fianco e di traverso, per trovarci un minimo di fascino, che forse è impiantato solo nella sua mente, che mi vuole senza che ragione mi dia il consenso, senza che il minimo motivo mi faccia risalire dal fondo dove sono precipitata. E’ vero! Sono in balia di quell’uomo dalla testa ai piedi, in mezzo a queste tette che penosamente dondolano senza nessuna eleganza, senza la minima dignità di illudersi appiccicate ad un corpo con la parvenza d’essere ancora piacenti.

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E’ vero! Mi sono venduta una parte di me stessa ogni giorno alle cinque, un pezzo di carne che via via è diventato corpo, sesso e cervello. Tutta colpa mia, se ora il mio sesso non è da richiamo, non fa più effetto per quello che vale, per quello che solo nella mia fantasia di povera illusa ancora rappresenta. E’ solo colpa mia, se le mie parti migliori me l’ha esplorate da cima a fondo, se, senza che avessi opposto ritegno, il mio corpo ora non ha neanche un segreto, un angolo di sporco dove lo straccio s’accanisce. E questo è il risultato! Peggio di una bella di notte senza pudore e soldi che cerca di fare la giornata con l’ultima corsa prima dell’alba. Se mi vedesse mio marito! Cosa diavolo potrebbe pensare vedendomi senza un brandello di stoffa che mi copra almeno la vergogna che provo, che gli faccia almeno venire un dubbio remoto dove solo lui, credendoci, rischierebbe una mano sul fuoco. Ma forse mi conosce e sa che sua moglie ogni sera fa gli straordinari per portare a casa appagamento, serenità che baratto sopra questa moquette marrone che schiaccio e m’impolvera, e che lecco senza discrezione per farmi vedere animale quando quest’uomo si sente padrone. Ma se fossi dentro un sogno non chiederei che farmi imbottire di sesso perché di null’altro ho bisogno, cinque maledetti minuti e senza parlare, magari vestita che sto per uscire mentre scosto mutande e m’infilo il tesoro. Null’altro che questo! Sono pronta, sto per uscire dal bagno e mi rivolto cercando di scrutarmi con gli occhi di quell’uomo, che seduto sulla poltrona di pelle da capo si sta pregustando questo corpo vestito di sola obbedienza. Cosa proverà a vedermi senza un minimo di mistero, a guardarmi dall’inizio esattamente come mi troverà alla fine? Tutto scontato, con la sua voce che soffice e calda mi dirà di raggiungerlo a carponi, di camminare come una gatta sui tetti che miagola e strilla in cerca d’amore. Mi dirà che sono brava, che come moglie sarei perfetta se non fossi così perfettamente uguale al desiderio che ogni uomo prova solo quando sogna una donna. E quest’obbedienza lo spaventa e lo disarma ed ogni volta va oltre per scovare nella mia faccia, tra i miei occhi che contorno bluastri, quel disappunto che mai nel tempo è affiorato, che neanche stasera ha indurito la mia ruga sinistra. Ma in fondo ha ragione!

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Giorno dopo giorno il mio odore di femmina digiuna s’è fatto fumo inquinante, alone gassoso che nessun orgoglio mai sopito di maschio poteva rimanerne distante. Ed all’inizio sono rose e sono sorrisi, inviti galanti dove non ci si sfiora neanche il respiro, dove la ragione è sempre dell’altro. Ma stava cercando una cavia ed alla prima occasione ne ha sondato il terreno, il punto preciso dove un essere consapevole diventa vegetale, dove la sopportazione si trasforma in esclusivo piacere. Stasera mi chiederà di chiamare sua moglie e di avere un’aria professionale mentre mi lecca dove la passione fa traballare la voce. “Il dottore arriverà a momenti.” Mi verrebbe da dirle che mentre parlo sto lasciando impronte appannate del mio seno sopra la bella scrivania di vetro e lascio odori e tracce di umido sulla sedia di pelle che strofino come cagna in calore. Mi chiamerà con il nome di lei, o quello di qualche altra collega che ha rifiutato i suoi servizi, gli stessi che tra poco m’obbligheranno ad essere un’altra, magari bionda come mai sono stata, fino a credere che questa folta peluria possa davvero cambiare colore. E lo accoglierò da perfetta segretaria senza per questo salire fino al grado d’amante, per poi scendere come grondaia che cola e trattiene acqua piovana. Oramai sono sul corridoio e scivolo impalpabile lungo le pareti di specchi che non riflettono il mio seno ballare e dove non vedo queste gambe perfette che poco prima ho fasciato di nero. E continuo a camminare con questi tacchi che non fanno rumore, come se ai piedi avessi solo un banale paio di scarpe di gomma. Ma oramai non posso fermarmi, lo sento che batte lettere e numeri sulla tastiera e ride e s’arrabbia al telefono. Apro la porta e lo vedo più bello di quanto l’avessi pensato. Mi guarda, lo guardo. “Buonasera Signora.” “Buonasera direttore, io vado … a domani.”

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Incontro al buio
La lascio alle sue attenzioni per riuscire a spogliarmi, mentre mi levo i vestiti li guardo. I tentativi di Claudia di spingere il pube verso il viso dell’uomo che ha tra le gambe sono eccitanti, i suoi muscoli spingono il corpo verso il piacere seguendo l’istinto poiché non può vedere. Contrae il ventre e solleva il pube appena sente la lingua appoggiarsi tra le labbra della vulva, tenta di seguirla in controtempo per amplificarne lo stimolo. Stranamente non sta chiedendo di più, mi aspettavo che giunta a questo punto desiderasse prendere uno di noi dentro di se ma, evidentemente ha voglia di giocare. Mentre sfilo i miei pantaloni mi accorgo di quanto riesca ad apparire seducente ed eccitante nonostante non possa osservarsi, avevo sempre pensato che molte delle sue posture fossero nate da un’attenta osservazione del proprio corpo. Ero sicuro che Claudia si era studiata a lungo davanti ad uno specchio, anche mentre faceva l’amore con qualcuno, per scoprire il modo migliore di esporre il corpo. Ora, bendata, non poteva osservarsi, quindi i suoi movimenti erano dettati dalla lunga esperienza o dall’istinto. Preferivo pensare che fosse l’istinto a guidarla, l’avrebbe fatta apparire meno fredda e calcolatrice, ma non n’ero sicuro, ormai la conoscevo bene soprattutto mi aveva insegnato a riconoscere le donne come lei. Andrea si allontana da lei nonostante i gemiti di protesta, insieme prendiamo le sue mani e la solleviamo in piedi. Lei rimane immobile, in attesa, con i sensi allerta per capire cosa sta accadendo ed intuire come stiamo per prenderla. Sa che faremo ogni cosa per darle piacere e questo la eccita.

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Poi ti farò conoscere i tuoi doveri. Annuisco e il marito si alza dal divano e mi fa cenno di seguirlo. Procedo per un corridoio su cui si affacciano alcune porte e ne apre una. E' una piccola cameretta arredata con evidente gusto femminile, oserei dire quasi infantile. Entro dentro e lui rimane fermo a guardarmi. Un attimo di imbarazzo perché non so cosa fare. Esordisce "Sarà il caso di spogliarti come ti ha chiesto la padrona. Si accorse che quello era il momento giusto, così risalì in fretta il mio corpo e prese a penetrarmi con dei colpi a tratti forti e decisi e a tratti molto lenti, si eresse dinanzi a me e prese le mie caviglie fra le mani, si portò i miei piedi alla bocca e prese a succhiarli con una passionalità infinita.. smise senza lasciare le mie caviglie e ricominciò a penetrarmi sempre più forte. Sentii che non mi era rimasto ancora molto tempo, ma lui continuava ad un ritmo che toglieva il respiro. Fu l'orgasmo più bello e lungo che potessi immaginare e mentre esalavo gli ultimi gemiti di piacere lo vidi stendersi dolcemente su di me e sentii il mio ventre diventare caldo e riempirsi del suo seme. Non voglio vederti a giro per la casa senza un compito quindi quando hai terminato con le pulizie, finirai di fare i tuoi doveri in cucina altrimenti te ne tornerai in camera tua in attesa di un nostro ordine". Un momento di silenzio "Hai compreso tutto? Non ho piacere di ripetermi e non accetto ribellioni. In questa casa ricorriamo a punizioni severe per chi non segue le regole, quindi vedi di adeguarti velocemente". Rispondo "Sì, padrona, credo di aver capito...", "No 'credo', devi aver capito e basta. Sabato pomeriggio mi reco all’indirizzo. E' una richiesta alquanto strana ma se vogliono fornirmi loro tutto il vestiario forse sarà il caso di accettare. Faccio finta di non aver capito e mi siedo nuovamente. Con qualche difficoltà, tenendo il vestito sollevato, mi allaccio il reggicalze e attacco le bretelline alle calze. Mi tolgo l'intimo depositandolo sugli altri vestiti e rimango nudo. "La divisa è nell'armadio, quando torno con mia moglie gradiremo vederti già pronto" e si allontana con i miei vestiti in mano. Apre l'armadio e guarda tra i vestiti. La persona che cerchiamo non dovrà mai dubitare di un nostro ordine”. Bene. Dovrai sempre rivolgerti a noi dandoci del lei e non usare mai i nostri nomi. Non era stata un'idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d'inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l'italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l'anno prima al Politecnico.

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Postato da Elena il 16:17

15.04.05

Poetessa

Sono qui che cerco parole che scrivo, per sentire che dentro c'è un anima viva, per illudermi ora che non serve nient’altro, alle gambe civette che si muovono sole. Sono fatta di cuore il resto non conta, mi convinco davvero che basta un racconto, un filo di sensi appesi che sgrano, che ripeto ossessiva per lievitarmi dal fondo, l’emozione che ingrossa il cuore e il silenzio.
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La bocca, la fica? Sono solo un dettaglio, che lascio a chiunque si voglia saziare, di labbra che spalmo per sentirmi più bella, che gonfio al bisogno di uomini soli, che avidi mangiano parole più unte, come luna mignotta che accoglie nel ventre, gli uccelli notturni che volano sparsi, e s’aggrumano neri sui rami pendenti. Ma poi ci ritorno tra pause e punti, in un vicolo cieco di sessi stipati, rifaccio la strada per sentire il fetore, di maschi svuotati e tette a buon prezzo, come i miei seni quando vuota m’ostino, a cucire parole che non saziano niente. Lascio che il vento mi spinga e mi porti, in quei bordi di melma di uomini a frotte, che spargono seme per godere di gusto, d’avermi sporcata nell’anima dentro, nel posto distante dalla voglia che sento, dove mai una donna diventa una madre, e un uomo che fotte non la guarda negli occhi. Sarà che cammino a passi felpati, lungo i sentieri di onde e di suoni , tra i tasti che bagno di liquido denso, per sentirmi più bella come vergine intatta, alla prima parola oscena e più porca, che sento che scrivo per provarne il disgusto, e ripeto e mi piace sentirmela dire. Che scema che sono che m’illudo e ci credo, d’esser poeta che scrive col cuore, d’essere un fiore al primo ritardo, con l’ansia e la colpa al mattino segreta, che scruta una macchia rossastra nel letto. Ma di notte ritorno e passeggio precaria, e struscio i miei tacchi sulle righe più nere, come bella di notte al primo cliente, tremula porto una foglia di fico, che mi sbatte e mi copre gli anni che conto, come cerchi perfetti nei cuori dei tronchi, nascondo agli sguardi i miei petali rosa, di pelle arricciata che slarga nel mezzo, quel nero che a vista dà senso e misura, di quanti negli anni ne sono passati. Chi passa stanotte non avrebbe alcun dubbio, che quello che cerco è solo un sesso più grande, per stiparmi la voglia e tapparla del tutto, fino ad essere certa che neanche una bolla, d’aria e d’umore fuoriesca da dentro. Chi passa stanotte! Ma chi vuoi che a quest’ora, abbia un sesso più adatto, a comprendermi tutta e capirmi che in fondo, passeggio nei vicoli di brividi caldi, perché cerco poesia che mi scaldi nel letto, che mi faccia sentire bucata nel mezzo, altrimenti a che serve colare parole, se niente stasera le raccoglie e si sazia, s’imbratta la bocca di gusto di more?

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Mi dicono poetessa perché scrivo d’amore, ma non sanno che quello che esce, è frutto di sesso bagnato d’umore, un rivolo lento che bollente s’addensa, a rami si spacca s’ingiallisce e si posa, tra le gambe scomposte che nessuno assapora. Che notte stanotte se rimangono intatte, riempite di vuoto e di parole infeconde, inconsistenti e leziose che non servono a niente. Non sanno davvero che scrivo poesia, per riempire la notte che altrimenti scolora, per sentirmi più bella intrigante e signora, tra mandrie d’amanti che s’accalcano a ressa, e mi fischiano dietro perché mostro le tette, e fanno la folla tra le gambe che apro, che nere di seta s’increspano al tatto, perché abbia un senso almeno quello che scrivo. Che scema che sono a pensare davvero, che sono fatta di cuore ed il resto non conta, che la bocca la fica è solo un dettaglio, e la voglia di carne si sazia e si sfama, di parole che scrivo e mi leccano in fondo, m’addomesticano docile per sentirne il sapore, per sentirla che freme remissiva al bisogno, che niente stanotte sarebbe lo stesso, nemmeno quel maschio che tengo gelosa, avvolto di seta nel primo cassetto. E poi d’improvviso appari tu. Sulle note di una musica etno ti avvicini e mi saluti. Io ti conosco, ti ho riconosciuto e forse era proprio te che ho sempre cercato dall’inizio della serata o della vita…tu non mi hai riconosciuto, ma anche tu mi cercavi senza saperlo da quando sei nata. Iniziamo a ballare, la musica ci avvicina e i ragazzi fanno cerchio intorno a noi per vederci mentre ci stringiamo sempre più, le mani che scorrono sul corpo e lo sguardo che corre dentro agli occhi. Bella…sei bella sotto la luce offuscata del pub. È un lento che ci fa abbracciare dolcemente, quella dolcezza mai trovata in mani maschili sul mio corpo; non esiste nulla intorno a noi, non la folla che balla e non i ragazzi che ci guardano eccitati, solo noi e la musica. Le mani sul corpo e il respiro sul collo tra i capelli, tra il profumo lieve che inebria più dell’alcol, tra l’abbraccio che mi stringe il collo e la pelle rosea della guancia che sfiora la mia. Le mie mani sui fianchi accarezzano la seta della tua camicia, e più sotto la seta della tua pelle e le curve dolci che si disegnano da sé, senza bisogno di guardarle. Il tuo seno aderisce al mio, il tuo ventre respira con me intimamente; sento le tue labbra sfiorare la mia pelle, ti volti verso il mio sguardo che era celato fin ora dal velo delle palpebre e mi parli.

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Tra le lampadine gialle e rosa dello specchio del bagno intravidi Silvia che stava dando gli ultimi colpi di spazzola e spruzzi di fissante alla montagna di capelli rossi. Da oltre mezz’ora eravamo rinchiuse nel bagno del piano notte intente a imbellettarci. Oramai del tutto vestita mi concentrai con impegno meticoloso sulla sfumatura del mio ombretto celeste, ma il rumore del cellophane di una confezione nuova di calze, che la mia amica stava aprendo, dirottò la mia attenzione. Fissai l’occhio già truccato tra le righe d’umidità dello specchio appannato cercando di non perdermi neanche un istante dello zelo col quale Silvia stava contornando le sue nudità. Mi voltai di scatto mentre dalla sala da pranzo giungevano musica di sottofondo e voci in lontananza che ci reclamavano in fretta. Silvia, in completo nero intimo, era alla prese con i gancetti di un reggicalze dove con leggiadra disinvoltura stava appuntando un paio di calze nere. “Come mi trovi?” Disse puntando il tacco a spillo tra gli interstizi della ceramica del pavimento e girando su sé stessa. “Che dici, posso avere qualche chance? Oppure mi devo rassegnare a passare una notte in bianco?” Era stupenda, nonostante i quarant’anni neanche un filo di grasso o qualche striatura di cellulite. Il sedere tondo ben modellato riempiva nella giusta misura un paio di mutandine vertiginose. La guardai allibita, ma, di spalle, non si accorse del mio stupore. Rimase ancora un attimo nella posizione, finché, soddisfatta dell’effetto, si avvicinò stringendomi forte le spalle. “Se tu fossi un maschio mi lasceresti uscire da questa stanza così intatta?” Mi guardò fissa attraverso lo specchio, rallentando le ultime parole in modo da non sgualcire il contorno del rossetto marcato più scuro. Era la prima volta che una donna mi stringeva in quel modo, avvertii un fremito tra il disagio e la piacevolezza di essere protetta. Tra noi non c’erano mai state ambiguità del genere e Silvia con quel gesto stava semplicemente chiedendo gratificazioni che forse nessun maschio era riuscito a trasmetterle. Silvia era così, la compravi veramente con poco, bastava una minima attenzione e te la ritrovavi ai piedi. Pronta per essere gratificata. Lasciò la presa immediatamente chiedendomi ancora di guardarla e di esprimere un giudizio, ma ottenne solamente una sensazione leggermente accennata di rossore sotto le mie guance di fard appena messo.

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Inebetita tentai di concentrarmi sull’altro occhio ancora non truccato. Ancora una volta Silvia aveva avuto la capacità di trascinarmi in un mondo totalmente sconosciuto facendomi sentire inevitabilmente un piccolo essere insignificante e sprovveduto. Rividi il suo reggicalze, i gancetti, i fiocchetti, i volant del reggiseno, il rosso fuoco delle labbra. Due femmine in cerca di auto gratificazione e tanti maschi in sala da pranzo buoni veramente a nulla. "Sei stupenda" Le dissi, guardandola attraverso lo specchio. "In questo momento vorrei essere altro: un uomo che ti reclama o una donna esattamente come te" Dissi pensando ai miei banali collant color carne e alla mia gonnellina bianca a pieghe corta adatta più ad una quindicenne in una festa tra compagni di scuola. Silvia rimase sorpresa, ma continuò il gioco, appoggiata alla porta del bagno scostò i lembi del vestito tirando avanti la coscia. Le stringhe del reggicalze nero mi colpirono l'occhio e l'anima. "E se fossi semplicemente tu?" Mi disse facendosi seria. "Dai Silvia è tardi!" Cercai ancora un barlume di decenza. Ma la sua mano era ormai tra le mie gambe. Mi sentii immediatamente invasa di calore. E grata per l'effetto cercai di ricambiare la cortesia. Strinse la mia gamba tra le sue cosce vellutate. E chissà da quale film me ne uscii con un puttana caldo e suadente. Afferrai le stringhe del reggicalze ed il piacere non tardò a soddisfarla senza alcuno sforzo. Era passato un attimo e non di più. Ci rialzammo immediatamente. "Cosa ci costringono a fare!" disse cercando una scusa. Per dire il vero, non era stato così male, pensai, mentre la guardavo scendere le scale, rivendicava il suo essere donna lontana mille miglia da qualsiasi pregiudizio, sicura com’era di essere causa dell’unico e solo effetto che voleva a tutti i costi provocare. La guardai meglio dalla cascata morbida di capelli fino alla punta del tacco, effettivamente nessun uomo o donna che sia poteva resisterle. Notai le pieghette delle calze all’altezza della caviglia, risi di me e della mia ingenuità, non avrei mai sopportato indossare un paio di collant con simili difetti! In fin dei conti non avevo mai indossato un reggicalze, anzi fino a quel momento lo consideravo un indumento da bambole ammaliatrici bionde platino viste in qualche film di spionaggio americano lontane anni luce dalla mia vita e dal mio modo di pensare. Ma Silvia non era lontana e scendendo i gradini sentii chiaramente un altro pezzo delle mie fragili difese cadere rovinosamente sul legno della scala a chiocciola. Ero gelosa.

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Apre l'armadio e guarda tra i vestiti. "Devo darti ragione non c'è la tua divisa, dovremo cercarla". Aggiunge "Mettiti qualcosa di questi e poi indosserai la tua divisa dopo che avrai visitato la casa", "Ma come? sono solo vestiti da donna. Non potrei rimettermi i miei?", "Ti ho già detto che non voglio discussioni, desidero non essere contraddetto e mi auguro che tu non insista, altrimenti perdo la pazienza e volano le mani. I tuoi vestiti non sono utilizzabili durante il periodo di prova" e nel frattempo prende una gonna scozzese e una camicetta bianca. Sorridendo molto ironicamente "Non ti vergognerai? anche gli scozzesi portano il kilt". Prendo la gonna in mano e rimango perplesso mentre lui aggiunge "Vuoi restare nudo sotto la gonnella? Vuoi raffreddarti?" Apre il cassetto dell'intimo e prende un paio di calze bianche e un body bianco in pizzo. E' abbastanza pieno di vestiti ma non riesco a trovare nulla di adatto. Guardando meglio non riesco a trovare un paio di pantaloni, solo gonne e vestiti femminili. Apro un primo cassetto e trovo la biancheria intima. Solo calze, mutandine, reggiseni e altro. Un altro cassetto e trovo sottovesti, camice da notte e vestaglie. Solo ora mi accorgo di essere nudo. Apro subito la porta senza sporgermi troppo e scorgo Marco nelle vicinanze. "Per favore Marco puoi venire un momento?". Si avvicina e poi ricordati che non voglio che tu mi dia del tu. Sono solo il tuo Padrone, chiaro?", "MI scusi padrone, non volevo disturbarla ma ho un problema", Esaudisco il suo desiderio curvandomi su di lui. Vuole solo rinforzare la sua erezione e usufruire di una lubrificazione naturale. Entra dentro "fammi vedere". "Questi dovrebbero starti bene". Sono imbarazzato ma evito di fare altre domande. Il body mi sta preciso ed ha le coppe rinforzate, mentre le calze mi arrivano al ginocchio. Marco continua a guardarmi quasi per farmi sentire ancora più imbarazzato e con il dito mi indica di proseguire rapidamente con gli altri vestiti. Prendo la camicetta. Ha i bottoni in posizione inusuale e il colletto ampio e ricamato con fiorellini e pizzi. Ora usciamo fuori che ti faccio vedere la casa poi torniamo dalla Padrona". Usciamo dalla stanza e torniamo nel corridoio. Mi guardo intorno, sono visibilmente imbarazzato in quelle vesti e non vorrei farmi vedere così dalla signora. Sotto le coppe rinforzate del body creano una sporgenza come fossero dei piccoli seni. Apro la gonna e dopo averla messa intorno alla vita l'abbottono. Marco mi indica vicino all'armadio un paio di ciabattine bianche. Le calzo poi si avvicina per sistemare la gonna all'altezza giusta e ridendo mi da una pacca sul sedere e aggiunge "A posto, sembri una scolaretta, ti mancano solo le treccine!

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Postato da Elena il 15:36